Ben Raspein

Spalammo in silenzio fino alle undici, si era abbassata una grigia nebbia, l’umidità bagnava i fiocchi e rendeva la neve pesante come terra. Spalavamo e soffiavamo nuvole di fumo, ogni ora una pausa di dieci minuti, una sigaretta, un sorso d’acqua o un po’ di caffè.

Uscì una sfera di Sole, malato e freddo.

La neve iniziò a colare sui rami, poi gocciolò insistente, all’una ci trovammo a pranzare sotto una cascata di stracci nevosi che precipitavano dai rami più alti con tonfi sordi.

Bevevo un bicchiere di caffè sostenuto ad un faggio, appoggiato dall’altra parte c’era il Fante.

“Giornata di merda.”

“Lo puoi dire.”

“Prima un metro e mezzo di neve da spalare, poi la nebbia, adesso il Sole e il bagnaticcio tutto attorno.”

“Sta meglio il ragazzo a casa a grattarsi la borsa.”

“Perché non è venuto?”

“Per poco non mi moriva congelato al Passo. Eravamo ubriachi.”

Il Fante rise, gettò mezzo panino nel bosco e si accese una sigaretta.

“Che dici Fante, finiremo oggi?”

“Sei suonato? Torneremo domani, oggi non arriviamo neanche a metà.”

“Questa sera mi ubriaco.”

“Non vai a morosa?”

“Mi ha mollato.”

“Perché?”

“Vuole andare in Nuova Zelanda ad allevare pecore.”

“Uah uah uah! Pecore? Perchè non la mandi qua a spalare un po’ di neve che gli passa la ruzza?”

“Stasera bevo anche se domani dobbiamo lavorare.”

“Bevi e speri di trovare pace?”

“Non so. Intanto lo faccio.”

“Gli ubriachi non rinsaviscono Ben. Gli ubriachi si disintegrano.”

Con i badili in spalla ci disponemmo in riga e riprendemmo a ribaltare neve.

(Un problema di creature mannare a Ligonchio -Romanzo-)