Cinque del mattino

C’era un tremolio sul corpo insanguinato steso a terra. Un’increspatura, come di gas pesante, di ondulazione palpabile più sulla pelle che con occhi e orecchie. Tutto attorno, le case curve e ammucchiate. Un’antica volta in sasso si spalancava poco sotto il cadavere come un esofago, si sarebbe potuto pensare che quell’antro avesse rigurgitato l’uomo dopo averlo masticato con petrosi denti. In cielo, oltre i tetti, il Sole vagiva in un lembo tiepido dietro i monti, i raggi si allungavano a far evaporare la rugiada tra la vegetazione, un Sole abbacchiato dietro una cortina umidiccia. C’era uno strano sentore attorno all’uomo morto, abbandonato a terra, come se gli esseri deputati al disfacimento del cadavere attendessero, muti e smaniosi, ficcati nelle crepe dei muri. Come se sbavassero perché quel tremore di vitalità in esaurimento scemasse, per potersi scatenare sulla carcassa famelici.

Il Maresciallo Fumana sbucò dalla volta seguito dall’agente Tunzio, si avvicinò al cadavere a passi cauti, lasciò correre lo sguardo alla pozza di sangue che circondava la testa rotta, poi giù, al rigagnolo nerastro che si allungava.

 

(L’incantatrice di vermi –Romanzo in uscita-)