La banda Liuzzi BelaFuente

Dicono quelli della banda Liuzzi Bela Fuente siano apparsi, non arrivati.

Dicono si mollano le vesciche quando scendono in paese. Quando il rombo degli scarponi rintrona tra le case, si moltiplica sotto le volte, come zuccate d’ariete, scolorano le giornate quando arrivano. E il giorno, se ancora non ha capitolato, si affretta perché venga notte.

Dicono siano dieci, forse quindici, dicono siano solo cinque che fanno per dieci, venti anche. Dicono che Liuzzi, il capobanda, sia tornato perché ce l’aveva nel sangue, e dicono che il suo braccio destro, il gigante BelaFuente, sia uno scherzo di natura.

Dicono vivano chissà dove, che vengano da chissà dove e chissà dove vadano. Come se chissà dove, dopo che ci vivono quelli lì, fosse un paese, un villaggio forse, di case in legno intagliato a mano. Con cadaveri impiccati fuori da ogni casa.

Dicono l’Acciarino, il padre di Liuzzi, fosse un brav uomo.

Dicono portino lame ricurve appese a ganci nelle cinture, lame in grado di stroncare rami grossi quanto una gamba, o gambe grosse quanto rami. Lame che aprono varchi nei bòcari spinosi, capaci di abbattere un cervo con un colpo ben vibrato, spiccare una testa alla prima passata, se maneggiate da quelle mani, abili e sanguinarie.

Dicono che vedono anche al buio. E che qualcuno li protegge, i più dicono siano le faggete a farlo a farli svanire nel grigio delle cortecce.

Dicono siano solo una banda di malfattori, dicono fanatici assassini, dicono regolatori di sospesi.

(Sempre vinti Sempre ribelli-Concerto/Letture)