My name is Rotiglio

Gli addetti allo sbarco incolonnarono i nuovi arrivati, a gesti li istruirono di presentarsi al tavolo con il documento in mano. Davanti agli agenti sostò un uomo, sguardo deciso, portamento fiero. Un addetto prese le misure.
Cinque piedi e sette inch, risultò.
L’uomo era nato ventisei anni prima in uno sperduto comune montagnoso che rispondeva al nome di Ligonchio.
Un agente si affaccendava trascrivendo i dati nelle colonne del registro, l’altro procedette alle domande di rito in uno stentato italiano.
Parla inglese?
Nò, rispose l’uomo.
Perché in America?
Lavoro.
Iscritto ad associazioni o partiti politici?
No.
Scrivere? Leggere? Chiese incalzante l’agente.
Se so scrivere? Sorrise l’uomo. Certo, leggo scrivo e faccio di conto.
L’uomo estrasse dalla giacca un foglio macchiato, un assistente glielo strappò di mano e lo allungò agli agenti che lo studiarono a lungo.
Moneta? Denaro? Tornò alla carica l’agente.
L’uomo si fece circospetto, dalla tasca dei pantaloni prelevò un rotolo di banconote. L’assistente li ispezionò e li riconsegnò. L’agente che poneva le domande battè la penna sul tavolo attirando l’attenzione dell’uomo che osservava l’interminabile fila perdersi nel ventre della nave. I due parlottarono, l’uomo scrutava attorno fiutando i forti odori del luogo. Pur avendolo veduto per la prima volta ventitre giorni prima, all’odore del mare ci aveva fatto l’abitudine. Quello che stuzzicava il suo olfatto era il salmastro misto a fetore umano e acre fumo. L’assistente gli ficcò sotto il naso il documento di identità. Quale tuo primo nome!? Chiese, additando le scritte.
L’uomo guardò incuriosito il passaporto. Rotiglio. Il mio nome è Rotiglio.

(Un problema di creature mannare a Ligonchio – Romanzo. Letture in dialetto a NY, e a Saint Louis, anche)