Varini

Il telefono squillò, tre, nove volte. Varini mirava attorno ogni qualche squillo, come cercasse un uccellino appollaiato in un angolo responsabile di quel cinguettio. Lo sguardo scivolò smorto sul tavolino, accanto al posacenere lampeggiava il cordeless. Varini lo sollevò e avvicinò la cornetta all’orecchio, con l’occhio incerto di chi non è sicuro se da quel manufatto usciranno parole o un getto di lava incandescente.

“Pronto!” gridò una voce femminile dall’altra parte.

Varini battè un paio di volte gli occhi.

“Pronto sono io!” insistè la donna “siamo bloccati, la corriera non va più, c’è troppa neve, dovremo fermarci qua per la notte. E’ arrivata la badante?”

Varini fissò una piega nei pantaloni, poi riprese la voce dall’altra parte.

“È arrivata la badante? Doveva essere lì con l’ultima corriera di ieri”

Varini scrutò oltre la finestra il cielo grigio acciaio rifletteva in blu sulla neve.

“Carissima… la mia cavalla ha perso un occhio e di te mi auguro lo stesso” Varini canticchiò a bassa voce. La comunicazione si interruppe.

(Un problema di creature mannare a Ligonchio –Romanzo-)