Disordine bipolare

Da bambino tutti i giorni portavo da mangiare a Jefferson. Gli riservavo avanzi del pranzo che a lui piacevano tanto.

Dopo un mese che lo allevavo nello scantinato ricavato nel sottoscala mi accorsi di quanto era cresciuto. Un giorno, spinto dalla curiosità, presi la vecchia bilancia di mamma. A fatica riuscii a buttarcelo sopra.

Quando lo avevo raccolto era piccolo, nero e appallottolato. Ora invece era forte e robusto. Merito della dieta, pensavo.

Mamma era solita sgridarmi ogni volta che mi sorprendeva a svuotare un piatto nel sacchetto. Io mica le dicevo niente quando gettava le bucce delle mele sul fondo della gabbia del suo stupido pappagallo Roy, l’unico essere, per quello che ne so, in grado di strillare più forte di lei.

Jefferson era timido, quando aprivo la porta dello stanzino e la luce filtrava da fuori, lui si schiacciava in un angolo e raspava. Rovesciavo il contenuto del sacchetto a terra poi lo chiamavo.

«Jefferson. Jefferson, vieni qua». Lui grattava ancora un po’ battendo il capo contro il muro, allora socchiudevo la porta e di nuovo lo chiamavo. Si avvicinava guardingo e iniziava a mangiare. Tritava persino le ossa.

Jefferson era una forza, ancora oggi penso che trovarlo sia stata una fortuna, giaceva in mezzo alla strada, una macchina lo avrebbe travolto. Nel sottoscala cresceva bene, mangiava, beveva acqua dalla ciotola, si rannicchiava nel suo angolo preferito e se ne stava perennemente al buio.

(Come morire prima di aprire un negozio di surf- Romanzo-)