03 Giu Lettera di Calocchia all’Architetto
Le cose non vanno bene, per niente. Andare bene è diverso. E sì che sembrava un paese normale, streminato sulla costa di un monte stondato, tra vette aguzze e fitte foreste. Ma il fatto è che qua la gente continua a sparire, prima uno, poi due, poi tre. Un giorno son lì, al bar dalla Falca, seduto su uno sgabello, a fare niente e pensare a meno, arriva Li Senti i Cani che brontella perché alla caccia ha sbagliato un cinghiale. Per strada passa Sedla, piove che Dio la manda ma lui niente, bello dritto, con quella specie di cappotto di pelliccia addosso, che si è cucito da solo con pelli di tasso e faina dice lui e volpi e gosette, puzza che si sente anche attraverso le vetrate del bar. Poi arriva L’Architetto, tutto stremnato all’andatura e agitato.
Vieni a casa mia che devo farti vedere un lavoro, mi dice sottovoce.
Allora andiamo su a casa sua, di sopra, che la Darlintonia, sua moglie, per fortuna non è in casa che è pesa come il piombo e matta strapata anche. L’Architetto infila in camera, Guarda lì, mi dice e indica una sgherblatura nell’intonaco tra l’attaccapanni e il cesto delle calze.
Vuoi che ti do una mano a intonacarci? Gli chiedo.
Ma lui dice, Quello lì, è uno squarcio del tessuto temporale, un varco dimensionale. È da lì che me la mollerò. Dice così, gli occhi sbarrati e un dito teso a quella crepa nel muro.
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