Medardo

Erano nati dei cani. Tutti lovìni, quando la Laika li aveva scodellati in mezzo alla paglia, il pastore li aveva contati.

“Sètt. E adessa?” Aveva scosso la testa.

Con le pecore non andava niente bene, proprio quell’anno lì ne doveva partorire così tanti, l’anno che il pastore aveva deciso di rimanere in paese, di non transumare nelle pianure di là dal Passo. Adesso bisognava pensare a dare da mangiare a quel branco, di Novembre, la neve era già venuta, andata e rivenuta. Il pastore aveva lasciato la cagna a latrare, si era appoggiato all’uscio della stalla a fumare. Verne, il  padre dei cani stava accucciato in mezzo al prato, guardava di là dalla Rossendola il paese, le orecchie dritte, con il muso lansava all’aria gelida.

“A te vè t’impremmia.” Aveva brontolato il pastore, poi aveva raccattato uno sgabello e un secchio e era entrato per mungere. Sotto sera, quasi notte, Verne era entrato nell’ovile, aveva annusato la Laika e i sette cagnini, poi si era  steso in un cantone. Il pastore, finito di mungere, si era alzato e stirato la schiena. “Mia na gran pensada star ded cià st’ann.” Aveva detto tanto che guardava il cane. “Cert che te psivve spingre un po’ meno, a dig sett!” Poi era uscito sotto la neve che adesso veniva giù furibonda.

 

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