Montani

Nel centottantasette Avanti Cristo, le legioni romane risalirono i versanti degli Appennini, bruciando, uccidendo, sottomettendo.

Vennero da Sud, guidati da Marco Emilio Lepido. Da Nord gli si fece incontro l’armata del console Caio Flaminio.

I clan montani si ritirarono sulle vette. Ilveati, Lunati, Apuani, Friniati, si unirono in unico grande esercito. Uomini e donne, una fazione combatteva e una intonava furenti canti.

E affrontarono Roma.

Ma l’Impero ebbe la meglio. Ne deportarono settemila, in catene. Gli altri li abbandonarono nudi e disarmati nei boschi, certi che le fiere e la natura di vetta li avrebbero sterminati.

Non andò così.

Siamo ancora qui.

Siamo del colore del Crinale.

Indomite creature sferzate da un vento sincero che spazza via tutto. Ostili alla colonizzazione che viene da oltre le vette.

Siamo fervore in bassa fluorescenza. Siamo recalcitranti spiriti della notte.

Siamo quello che rimane di terre frontiera. Siamo fieri brandelli di antiche genti.

Forse un giorno cederemo. Forse loro caleranno come corvi, a banchetto su carni scalzate dalle ossa.

Forse ci rinchiuderanno, in un posto buio, alieno e codardo.

O forse verrà un giorno nel quale Crinale sarà ineluttabile avamposto a sbalzo sul vuoto.

O forse, verrà un giorno, nel quale non ci sarà più futuro, per nessuno.

(Sempre vinti sempre ribelli – Spettacolo con Staindubatta)