30 Ago Buiarone
Quando piove e dopo strossa
quando si strizza una camicia grossa
lo sguardo a una muffa che dilaga
a un essere che scava
C’è una testa ottenebrata in un lago putrefatto
una testa in un mondo pressofuso
Stenta un anellide che emerge
un coleottero che mastica
L’atmosfera è sbilanciata
l’esistenza è cruda, sfatta, asfittica
Quando si sbordiga una vita scossa
quando ci si arrischia a scoperchiare una fossa
Gli apparecchi sintonizzati sui settantadue megahertz e qualcosa, sballottano un po’ quando si interrompe la musica, le chitarre dirompenti, la batteria come un cannoneggiare in fuoco di sbarramento. E la voce roca, sgorga frusciante.
Una pausa, forse un respiro, fumo soffiato sul microfono. Poi parole, secche, ondulanti, incattivite…
“Nebrascra. Trasmissione radiofonica o radiofotonica. Da uno stato geografico sbagliato, uno stato d’animo convulso. Questa era Tocca a me, degli Antazzardar. Una trasmissione di pecore, fantascienza, pastorizia allo sbando, finestre aperte, chiuse, socchiuse, discoste, stati d’animo di serramenti. Strappi nel tessuto temporale, creature in animazione sospesa. Di stati catatonici, piante mannare, che soffocano altre piante, non mannare, millesimali spicchi di coscienza, umane vicissitudini. Di tenere il cosmo per la coda o mettersi in coda per fare parte del cosmo. Per finire intrappolati in quella specie di colino cosmico che è un cielo stellato. Di cariocinesi, termomitosi, partenogenesi, del fare senza l’altro, dell’autofare. Di larve che scampano a guerre, alluvioni e siccità. Ma sono solo larve, eppure le scampano. Della notte, e del buio conseguente. Delle cose. Delle cose che stanno lì, tra il prima e il poi, il lasso del tempo del reale, il collasso di passato e futuro, tra il prima e il poi. Ci siamo. A Nebrascra.
(Buiarone -Racconto-)