Buiarone

Quando piove e dopo strossa

quando si strizza una camicia grossa

lo sguardo a una muffa che dilaga

a un essere che scava

C’è una testa ottenebrata in un lago putrefatto

una testa in un mondo pressofuso

Stenta un anellide che emerge

un coleottero che mastica

L’atmosfera è sbilanciata

l’esistenza è cruda, sfatta, asfittica

Quando si sbordiga una vita scossa

quando ci si arrischia a scoperchiare una fossa

 

 

Gli apparecchi sintonizzati sui settantadue megahertz e qualcosa, sballottano un po’ quando si interrompe la musica, le chitarre dirompenti, la batteria come un cannoneggiare in fuoco di sbarramento. E la voce roca, sgorga frusciante.

Una pausa, forse un respiro, fumo soffiato sul microfono. Poi parole, secche, ondulanti, incattivite…

 

“Nebrascra. Trasmissione radiofonica o radiofotonica. Da uno stato geografico sbagliato, uno stato d’animo convulso. Questa era Tocca a me, degli Antazzardar. Una trasmissione di pecore, fantascienza, pastorizia allo sbando, finestre aperte, chiuse, socchiuse, discoste, stati d’animo di serramenti. Strappi nel tessuto temporale, creature in animazione sospesa. Di stati catatonici, piante mannare, che soffocano altre piante, non mannare, millesimali spicchi di coscienza, umane vicissitudini. Di tenere il cosmo per la coda o mettersi in coda per fare parte del cosmo. Per finire intrappolati in quella specie di colino cosmico che è un cielo stellato. Di cariocinesi, termomitosi, partenogenesi, del fare senza l’altro, dell’autofare. Di larve che scampano a guerre, alluvioni e siccità. Ma sono solo larve, eppure le scampano. Della notte, e del buio conseguente. Delle cose. Delle cose che stanno lì, tra il prima e il poi, il lasso del tempo del reale, il collasso di passato e futuro, tra il prima e il poi. Ci siamo. A Nebrascra.

 

(Buiarone -Racconto-)