Grafton e altri posti di merda…

Quando poi smonti dopo otto-nove ore da un apparecchio. Che sei stato accatastato lì, ringricciato e strizzato sul sedile, svolappiando sopra l’Oceano anche, tutto uno sballottamento, un rambazzo che mai.

Quando smonti e raccatti la tua roba, una valigia e un baule in legno sotto braccio, e all’immigrazione ti studiano e interrogano come fossi un disadattato.

Quando salti fuori dall’aeroporto di Newark, uno zimme e zomme di gente da assordirsi, macchine, taxi, autobus, grida e strilli, aerei che fischiano poco sopra e atterrano come tuoni che picchiano in terra.

Quando salti su un pulmann e arrivi in centro, a piedi per sei blocchi, la valigia che sbanda perché ha una ruota fuori convergenza, a piedi fino a central park, e tutto quel cementume attorno, che sovrasta e schiaccia, attento a schivare le persone che corrono, si affrettano, ti investono, a cercare le strisce pedonali perché senò ti arostano.

Quando poi ti rinchiudi in un microspazio al trentasettesimo piano e l’unico conforto è che al cinquantatreesimo ci abita Kurt Russel. E Sachiyo se ne stima di quel buco con vista parco, vista fiume, vista rambazzo.

Quando il mattino dopo, prima di volare ancora, ti fanno cavare anche le scarpe ai controlli, poi ancora per aria, stremarlate, virate sulla baia, terrore da decollo, ansia da atterraggio, e sgusci fuori a Saint Louis e non sai perché sei vivo, la valigia a strascinoni dietro, in cerca dell’autonoleggio.

Quando hai passato tutto questo, allora ti guardi attorno e se sei normale, ma credo anche se non lo sei, se ti guardi attorno un attimo dopo tutto sto tribolerio, secondo me, la sola cosa che ti può saltare in mente è: Da fare?

(Grafton e altri posti di merda negli Stati Uniti d’America- Lettura)