L’incidente

Al tornante della Murata, Corea piegò così secco che il poggia piedi sfregò sulla ghiaia e lasciò partire una vampata di scintille. Colombo chiuse gli occhi “Odiomamma” disse, ma la preghiera fu ingurgitata dal rombo del motore fuori giri. Li riaprì di una fessura che erano già al tornante dello Scodellino. Il postale stava manovrando nel gomito del tornante. Corea si raddrizzò e piantò un’inchiodata da far fumare i freni. Per poco Colombo non saltò avanti con una capriola da picchiare una schienata nella via.

Il Tenente Corea smanovrò piedi a terra, avanti e indietro, per accostare più che poteva e lasciare passare la corriera. Smanovrò tanto che scese dal ciglio battuto della carrozzabile, posò il piede a valle per reggere moto e passeggero, ma aveva accostato troppo. Il piede scivolò dall’argine, il pilota perse l’equilibrio. Motocicletta, Colombo e Corea giù dalla scarpata, testa culo, testa culo, testa culo, fino a che non saltarono nella via di sotto. Un colpo mai visto. Si affacciò anche l’autista del postale per constatare il disastro. Corea, coperto di rami, foglie e tutto graffiato. Quando si alzò Colombo, del vestito carta da zucchero c’erano rimasti poco più dei bottoni della giacca.

“Io vado su a piedi.” Disse serio Colombo, ficcò le mani in quello che era rimasto delle tasche e si avviò.

Corea stironzava il manubrio della motocicletta per tirarla fuori dal groviglio di frasche. “Vieni qua che ripartiamo!” Gli gridò dietro quando riuscì a salire in sella.

(Armadgat- Romanzo breve)