Pioggia

Pioggia lieve, come di gocce passate in un colino finissimo, infradiciava il paese. Più su, oltre la sassaia della Bera, il sentiero quasi moriva soffocato dalle erbacce, la pioggia precipitava silenziosa, inzuppava alberi e rampicanti, pietre e fiori, e due zaini aperti tra l’erba. Una spessa e lunga corda era amarrata in alto, sulla sponda, un doppio giro attorno a un masso, i due capi scendevano strisciando accanto agli zaini, poi giù, verso il fitto, sparivano come serpenti immobili. In cielo era tutta una paccottiglia grigiastra, oltre le vette le saette scoccavano illuminando ammassi nuvolosi, un grumo di nubi si era arroccato tra due monti, una fortezza compatta e globosa, rischiarata da un lato in arancio da un bagliore solare. Sull’altro lato dell’ammasso, scuro e oleoso, si allungava un braccio nubiforme come un ponte levatoio verso il cielo piombato, nel ventre dell’ammasso lampi scaturivano rischiarando il tutto. Passarono le ore, la pioggia si fece più intensa, poi calò, l’acqua gocciolava dalle cerniere e dalle cuciture degli zaini abbandonati, il silenzio inumano sorreggeva tutto, l’ammasso lontano andò via via spianandosi, prese la forma di un grande fungo radicato tra due valloni, un immenso fungo da ecatombe nucleare. Il pomeriggio andò consumandosi e l’ammasso veleggiò fin sopra il paese, coprendo con la sua ombra la sassaia, il bòcaro sottostante, zaini e funi abbandonate. Ci fu uno schiocco, poi un bagliore, l’acqua riprese a cadere furibonda, i tuoni assordarono la vallata. Verso sera la pioggia picchiava decisa, le gocce si infrangevano sui sassi, snervavano le foglie degli alberi, scivolavano lungo l’intrico del macchione, e le due corde sempre lì, a sparire nell’intrico, e gli zaini più su a riempirsi di acqua. Di Tranell e Topacega non era rimasta traccia vivente.

(Le pecore si contano a Maggio- Romanzo)