Sedla

Viveva in quella casupola di sasso da tempo, una teggia coperta in lastre di pietra la cui parete a stravento poggiava sulla casa a fianco, come se i secoli passati alle intemperie l’avessero costretta in quella posizione un po’ sbilenca. Il muschio fioriva tra le pietre della casa in una linguiforme geografia briofita, in alcune crepe più profonde erano radicati ciuffi d’erba, ruvida e stopposa. Al piano terra si accedeva tramite una porticina in legno, un chiavistello per bloccarla, senza lucchetto o altre serrature. Solo una porta, tre asce verticali e un paio più spesse inchiodate di traverso, colorate di un verde brillante, ispessite da mani e mani di vernice. Accanto la porta era posata una scala a pioli, verde anche lei, un poco inclinata, lì ferma da tanto che attorno ai piedi era cresciuta erba alta e una guzzedra si avvinghiava fino a metà. In cima la scala poggiava su un pietrone ben squadrato. Nella casa accanto, sulla quale la teggia riposava come un rudere zoppo, vivevano i genitori di Sedla, vecchi e malati.

Sedla alloggiava nella vecchia teggia di famiglia, così vecchia che tra le piastre in sasso della copertura si scorgevano quarti di lamiera ossidata come bozze di vecchie ferite, così frusta che quando pioveva e poi strossava l’acqua scanalava giù lungo il tetto in pendenza scrosciando a terra senza alcun tipo di canalizzazione che la raccogliesse. Cascata fragorosa come immensa pisciata celeste. Era la teggia di Cà di Sert, il casato di Sedla, dei suoi avi, di tutti coloro che lo avevano preceduto, da sempre, rammendatori, sarti.

Alle prime luci la porta al piano superiore si spalancò mugghiando, Sedla uscì a culo indietro e scese lungo la scala a pioli, indossava una spessa pelliccia che penzolava in basso, code di mammiferi sporgevano in fondo dondolando come frange di un copriletto, i pezzi di pelli cuciti assieme variavano di colore in striature nere e avorio, chiazze nocciola. Tirò il chiavistello della porta al piano terra e abbassando la testa sparì dentro, la pelliccia sulle spalle, come grosso animale che scivola silenzioso nella tana. Rumori di ferro battuto per tutta la mattina, il pomeriggio fino a sera, fino a che in pochi minuti il cielo si fece scuro e le stelle si animarono lontane. La luna si aprì grande e luminosa come faro nella volta oscura. Le montagne attorno profili seghettati nella luce smorta. L’aria si fece fredda e l’acqua nelle pozze che si era liquefatta nel mezzogiorno prese a contrarsi gelando.

Dalla casetta accanto una finestra si aprì tre dita. La voce del vecchio padre risuonò nell’aia “Vieni a rosgare qualcosa?” Il vecchio rimase in ascolto, nessuna risposta, solo quel rintoccare di ferraglia, allora scrollò la testa e richiuse la finestra.

La porta della teggia cigolò aprendosi, Sedla uscì a schiena curva, poi si raddrizzò scrollandò le spalle come per sistemare la pesante pelliccia, la ferraglia caricata in spalla e appesa alla cintura rintoccò. Diede il chiavistello all’uscio e si incamminò nelle viuzze del paese. Lo sferragliare che per un attimo aveva risvegliato l’aia si allontanò, tutto ripiombò nel silenzio. Tutto attorno decrepite tegge, metati, accatastate a case di più recente fattura, affastellate le une alle altre come in preistorica sconnessa architettura.

(Le pecore si contano a Maggio- Romanzo)