Solstizio Marziano

Alle sette e tredici di un mattino colmo e sformo.

Aria flogisticata, bruciata. Consunta e consumata.

Come cavarsi un occhio a unghiate. Posarlo sul comodino. Osservarsi al tenue bagliore dell’Abat Jour. Fissarsi monocolo, in distanza comodinica, luce predormiente. Il nervo ottico che si allunga, un rigo di sangue appena, poi bianco verdastro, sul ripiano. Considerare una testa sbulbata di fresco, cava, ma allo stesso tempo cara. Un’occhiata fuori di se, fuori di sesto, foriera di guercitudine.

Si può davvero credere nel determinismo senza impazzire? Chiedeva quello. L’amore ci sbrindellerà ancora, solo questo farà, piangeva quell’altro. E io, io sono il sovrano, di un Impero, chiamato Merdasecca. Pallido uomo, a un pallido Sole, in pallido posto, pallido e tristo.

Il palcoscenico di tutti gli eventi cruciali dell’esistenza.

I ragni mangiano solo zuppa.

Come uno che precipita, nel vuoto assoluto, sbracciando e sgambando, da tre anni.

(Solstizio Marziano- lettura)