Aguirre

Dal corridoio capitombolò correndo un piccolo cane nero, il muso color terra. Aguirre aprì il sacco e vi rovistò dentro. “Tieni” sorrise lanciando il cranio scarificato di un grosso roditore. Il cane ringhiò poi si avventò sul teschio e a fatica lo trascinò in un angolo. La stufa sibilava sommessa, una pentola borbottava sui ferri arroventati. Aguirre attizzò il fuoco, scoperchiò la pentola per controllare la cottura delle verdure, poi trascinò il sacco nella veranda. Oltre i vetri la vallata si apriva come un’arcaica cicatrice verdastra, il fiume correva sul fondo curvando come un’arteria che si fa posto tra i tessuti. Aguirre ristette a contemplare fuori, la nebbia galleggiava sopra i monti pronta a calare come freddo straccio bagnato. Il cane gli mordicchiò i pantaloni di fustagno, l’uomo sorrise scrollando la testa, il cane scodinzolò frenetico di rimando, poi sparì in cucina e si accoccolò accanto al teschio leccandolo.

(Gli alieni non hanno le antenne- Antologia)