Astronave

“C’è di nuovo a tirare il fiato.” Lansò Albone tappandosi il naso.

“Dio te manda!” Mugnava Chiarone a ogni frasca abbattuta “Dio te stramanda. Stà a vder!”

Sbucarono in un prato, o in quello che era stato, il paledro strinato fino ai tronchi dei castagni sul limitare, nell’aria una caleggine maleodorante e in mezzo al prato un quel piantato come un porro.

“Non è un apparecchio.” Constatò Albone.

“Lo dicevo io.” Pilicchia sembrò quasi esserne felice.

“Ma che razza d’un frizzo è mai. Maiale che colpo, tutto rimbragato da quella parte lì” Albone indicava il fondo della buca che l’oggetto aveva scavato con il colpo “E’ ferro sicuro, ma da quella banda lì, dove ha picchiato, si è tutto svinclato.”

“Dio te stramanda la pesta!” Gridò Chiarone.

Un disco, tutto annerito, piantato di costa nella terra, con l’impuntata aveva scavato uno scanafosso che ci sarebbe stato dentro un rimorchio. Stava lì, a fumare e friggere.

“E adessa?” Chiese Albone in mezzo a una pioggia di cenere.

“Aspettiamo.” Sussurrò Pilicchia che sembrava ipnotizzato a fissare a giù.

“Evè!” Soffiò Chiarone “Stiam qui che vien notte.” Così detto raccattò un piastrone da terra e lo lanciò contro il disco interrato.

Sdeng! Si sentì, Albone e Pilicchia fecero un passo indietro. Ma non successe niente.

“Dio te armanda!” Chiarone attaccò il penato alla cintola, sotto il buzzone e la camicia tirenta, tirò su un masnone e lo rudellò a fatica nello sfondone. Sdeng! Ancora più forte. Poi zitto, per un po’, finchè dal fondo salì un sibilo, come d’aria mollata, poi un cicalio e un ronzio.

“Qualcosa si muove.” Pilicchia indicò il disco e andò indietro di due passi.

(Gli alieni non hanno le antenne- Antologia)