E così

E così, che esco di casa un giorno, foro la neve fino al cancello, neve alta un ginocchio, la sento scricchiolare poi compattarsi sotto i piedi, strizzarsi, come di una spugna che si squaglia, mi entra nelle scarpe e subito è sensazione umida poi freddo pungente come di eteroterma creatura che striscia tra i panni e ti punge con aculeo impestato. Arranco a fatica le ginocchia sommerse si bloccano a ogni movimento, i piedi gelidi faticano a sollevarsi ostacolati dallo sprofondare continuo.

E così che esco di casa, un altro giorno, un caldo umido molesto, cicale che sfregano e strillano come di treni in eterna frenata su binari incandescenti un ronzio prima lontano poi vicino, uno stridio indisponente un sottofondo che sembra far vibrare l’aria resa immota dalla calura, calpesto l’erba tagliata di fresco e sembra che la vampa svapori anche da lì, come invisibile fumo bollente. Il cancello ondeggia nella canicola, svanisce in un’accecante bagliore.

E così che esco di casa, un altro giorno ancora, di pioggia continua, incessante come una cascata di traspirazione e vapore; un’acquerugiola, un torrente una fontana, una frustata sugli occhi e un risucchio intorno alle caviglie, una pioggia che annega tutte le altre piogge e persino il loro ricordo. Viene giù a secchiate, sferza il bosco, taglia gli alberi come cesoie e pota gli arbusti, scava fossi nel terreno. Riduce le mani a zampe grinzose di scimmia, cade solida e picchiottante e non finisce mai. Le gocce gelide mi si infilano giù per il collo, avanzo nella tempesta verso il cancello, attorno solo un rintoccare di acqua che si infrange rimbalza e gorgoglia, assorbita dalla terra grassa.

E così che esco di casa, un giorno che non è un giorno, forse non esco, non ne sono mai uscito, o non sono mai stato in casa. Esco, rientro e riesco. Il cancello c’era e non c’è, c’è stato o forse ci sarà soltanto.

(Gli alieni non hanno le antenne- Antologia)

 

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