Ginasio

Allora, quando poi la Viola trovò Ginasio morto a letto, finito che ebbe di girare per le case attorno, lì da Via Russia, girava e gridava con quel biglietto scritto a mano da Ginasio, scovato in fondo a un cassetto, e rigirava gridando e piangendo, dall’aia dei Lovi, alla Ruga, fino a Miavalla, e giù per l’aia dei Bernardoni, ecco, quando riuscirono a acchiapparla e riportarla a casa, chiamarono il servizio delle pompe funebri della SIO. La Flora radunò in fretta i bambini e li portò via, a casa sua, li lasciò con sua madre poi tornò giù, che la Viola strillava ancora. E quando l’omino in nero che gironzolava per casa lesse il biglietto di Ginasio, si accostò alla Viola e le suggerì che forse quella frase, quell’indovinata, sulla lapide ci sarebbe anche potuta stare, in caratteri dorati. Quando glielo disse quell’omino, dovettero tenere in due la Viola perché lei senò gli avrebbe scoticato la faccia a unghiate. Che di epitaffi non ne voleva sapere, al massimo ci si poteva scrivere che era un pezzente, il suo Ginasio, un pezzente da vivo e da morto. E che lei gli aveva voluto lo stesso bene, che lo sapeva lei cosa aveva dovuto passare a stare con quello lì. Così aveva gridato la Viola, all’omino in nero e a tutti quelli che si alternavano dentro la casupola.

(Viene sera a casa di tutti- Trilogia)