La bodda

Il giorno colò dai vetri crepati della finestra, si fece spazio in un mare di umido. Pioveva meno, ma pioveva. Abramo potè contarsi le ossa mentre si alzava, ogni movimento un osso che crocchiava, infilò gli scarponi, dallo sgabello prese il giubbone, gli stava largo, sulle spalle cadeva e persino le storte dita sparivano nelle maniche. Si buttò acqua in faccia da un secchio, lisciò baffi e sopracciglia, le sentiva crepitare tra le dita tanto erano asciutte.

La Bodda! Gli spiccò in testa, si fece indietro e spiò oltre la stufa, in basso. Era là, occhi anomali spalancati, il gargarozzo su e giù. Con cautela Abramo mosse verso una mensola appesa alle sue spalle, afferrò un frammento di specchio e si studiò il viso. Due occhi. Aperti. Chiusi, aperti, chiuso uno, l’altro. Respirò.

Sedette sullo sgabello, i muscoli sfatti dolevano per la nottata insonne. Gli occhi giallognoli squadrarono la specie di mostro asserragliato sotto le legne. Lo aveva tenuto sveglio per ore.

(Le pecore si contano a Maggio- Romanzo)

 

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