30 Ott La Mabilla
“Guarda un po’ chi ti ho portato?!” L’urlo della Mabilla rimbalzò tra i vetri della veranda.
E Babuìn semiscomparsa nella poltrona continuò a sbordigare un gomitolo a testa bassa, radi capelli e diafana pelle.
“Chi ho portato alla mia nonnina?! Marco!” Strillò ancora la Mabilla.
“Chissà che bel campione” Disse piano la vecchia.
“Marco viene da Pisa!” Urlò la nipote.
“E’ meglio un morto in casa” E Babuìn tirò il filo così forte che il gomitolo schizzò via dalle ginocchia “che un pisano all’uscio.”
“Ma dai, nonna!” Disse la Mabilla tanto che si inginocchiava a raccattare il gomitolo.
E Babuìn si mosse avanti, quasi emergesse dalla poltrona, allungò una mano insettoide e ghermì una spalla della nipote che ancora era piegata a terra “Le donne” gracchiò decisa “arrivate a una certa età, bisogna che rimangono in cinta, che gli fa solo che bene, che cambiano il sangue. E poi, bisogna che la pianti di gridare a quel modo ogni volta che salti qua dentro.”
La Mabilla alzò lo sguardo spaurito alla vecchia, cercò di inquadrare le dita acuminate che le affondavano nella spalla. Come se quella carcassa secca non potesse ancora possedere una struttura ossea dentro, come se fino a quel momento fosse stata convinta che a sostenere la nonna fossero stati grissini e spago e elastici al posto di ossa e tendini e muscoli.
“Chè non sono mica sorda.” Ringhiò E Babuìn.
La Mabilla posò il gomitolo nel cesto, si alzò spaesata e con un cenno della testa indicò l’uscio al compagno.
(Le pecore si contano a Maggio -Romanzo-)