La motocicletta

Il Tenente Corea piegava in tutte le curve con un ginocchio fuori. Il motore della moto sempre fuori giri, tossicchiava e scoppiettava. Corea si piegava in avanti nelle brevi dirette e poi giù, tutto sbilanciato per prendere meglio la curva. Colombo si reggeva, appollaiato dietro, la più parte del tempo strizzava gli occhi spaurito. Indossava un bel vestito color carta da zucchero, nuovo, il vestito che si sarebbe messo anche il giorno dopo, per Sant’Andrea.

Quando arrivarono nelle dirette dell’Ozola, verso la Piana del sale, la via era tutta sconnessa per via di una frana, davanti a loro un furgoncino si arrampicava a fatica e lasciava dietro fumo nero e un acre polverone.

Corea scalò una marcia, spostò il culo indietro sul sellino e abbassò la testa, Colombo da dietro cacciò un verso.

“Non me lo lascio sfuggire!” Gridò Corea esaltato, e via a masticare gasolio e polvere dietro il furgone. Riuscì a sorpassarlo poco prima del bivio per Casalino, quando furono davanti e la nube sparì, lui e Colombo erano bianchi che sembravano pitturati.

(Il Tenente Corea- Romanzo breve-)