Lettera sulla sindrome della moglie dell’indiano

Allora, c’era quell’indiano lì, dell’India, un bravo omino, buono come il pane dicono, magro in picco, sottile da vederci di là. Vacca schifa se mi ricordo il nome.
Faceva il sindacalista, mi sa, allora lui usciva di casa e con il sindacato faceva degli scioperi, perché giù di là per l’India gli operai stavano male come dei cani.
E a ogni sciopero lui era in prima fila, e ogni sciopero, arrivava la polizia e lo vergava da troncarlo in due.
E lui la sera tornava a casa sempre gonfio e viola. E sua moglie, nonostante lui stesse facendo una mezza rivoluzione là fuori per i diritti degli altri, sua moglie lo guardava sempre così. Come dire: vè, io tutto il giorno qua a tribolare con le faccende e te arrivi a casa e ti butti sul divano?!
Ecco, quello sguardo lì. Te puoi anche fare delle cose incredibili fuori di casa, che quell’indiano lì a furia di dai e dai e a forza di prendere delle passate dalla polizia, ha fatto fin cascare il governo.
Vigliacco se mi riviene in mente il nome.
Vabbè, comunque ha fatto così, mica balle.
Ma le donne, girala come vuoi, ti guarderanno sempre a quel modo, come tu fossi un cretino, che esce di casa, per attirar gli schiaffi.