Tre vecchi montanari

Legione uscì dalla sala, attraversò la cucina e scese lungo la scala della cantina.
Varini si accese un’altra cancerosa, cambiò canale due, tre volte, poi si girò a soppesare Gatlone, bello unto, seduto su una seggiola che a fatica gli conteneva il culone.
“Chi è quello?” farfugliò Varini.
“Quello chi?” chiese Gatlone.
“Quell’uomo che era qua prima.”
“Vuoi dire Legione?”
“Quel signore che gridava.”
“Quello è Legione, siamo qua, io e lui” Gatlone cercò di spiegare parlando alla moviola “per tenerti compagnia fino all’arrivo della badante, anche se con tutta questa neve non so se ce la farà. Il paese è isolato e le corriere non si muoveranno.” Gatlone sistemò il peso sulla sedia “un anno è nevicato così tanto che la gente scavava delle gallerie per entrare in casa. Chi aveva la casa a due piani passava direttamente dalle finestre o dai terrazzi. A primavera, quando si è sciolta la neve, hanno rivisto la luce e più di una persona ha perso la vista perché da mesi si erano abituati al buio sotto la coltre nevosa.”
“Meglio sarebbe” mormorò Varini e tornò all’attento studio del televisore.
Legione salì dalla cantina, sotto braccio un salame, un coltello, due mele in una mano e un vasetto di miele nell’altra.

(Un problema di creature mannare a Ligonchio –Romanzo-)