Faìn

La catena sferragliò sul lurido pavimento.

Il gendarme la strappò a se.

I ceppi morsero i polsi dell’uomo scarno e curvo, zoppicò un paio di passi avanti poi si bloccò in mezzo alla stanza.

“Seduto” ordinò il vice Commissario da dietro la scrivania.

Dalle sbarre alla finestra l’afa di fine agosto colava, il dattilografo di lato si spazzava fronte e nuca con un fazzoletto.

L’uomo sedette cauto, le mani imprigionate in grembo.

“A verbale” disse il vice Commissario.

Il carrello della macchina scricchiolò preceduto dal ticchettio dei tasti.

“Innanzi al funzionario di Polizia è presente Zambonini…” il vice Commissario scorse un foglio, poi scrutò l’uomo smunto che lo fissava di rimando con occhi bigi “…Enrico, fu Ferdinando e fu Comastri Virginia, nato il ventotto, aprile, milleottocentonovantatre a Secchio di Villaminozzo.” Si tolse una goccia di sudore da una tempia, prese il pacchetto di sigarette dal taschino della divisa e lo poggiò sulla scrivania. “Villaminozzo.” Ripetè “Hai battuto?”

“Sì signore.” Rispose il copista appostato lì accanto.

“Ivi residente, meccanico,” il vice Commissario sollevò ancora gli occhi, il prigioniero guardava fuori dalla finestra, il sole abbagliava le campagne. Il vice Commissario fece un cenno al gendarme. La catena guizzò in aria, le mani dell’uomo schizzarono di lato, girò la testa e  suoi occhi incrociarono quelli del vice Commissario che, soddisfatto, riprese “Meccanico.”

La macchina da scrivere tacque.

 

(Faìn -Racconto-)