Il gallo

Un mattino, un marcio sole doveva ancora sorgere. Il gallo strillava nel pollaio da tempo, fuori era buio, ma il pennuto squarciava le tenebre con i suoi strilli stonati. Il ragazzo scese dal letto, infilò il giaccone e spinse gli orli del pigiama negli scarponi. L’aria era spinosa, le foglie sui castagni fremevano piano come a non disturbare la notte, si sarebbero dette infreddolite. Il ragazzo infilò il viottolo che conduceva al pollaio. Bella idea comprare di nuovo galline, pensò mentre alzava il ferro della porta e guardava dentro. Nel buio pareva tutto regolare, le galline ronfavano, si udiva rumore di corpi acchiocciolati gli uni accanto agli altri sui trespoli.

Il gallo strillò improvviso, un chicchiricchì soffocato, come gli mancasse l’aria per raggiungere le note più acute. Il ragazzo balzò indietro, dalla tasca estrasse una torcia. Le dita intorpidite tribolarono per azionare il pulsante. Un fascio di luce corse tra le penne, la polvere sospesa, le pareti del ricovero imbiancate di calce per recare sollievo al pollame dai parassiti.

Le galline rattrappite sui trespoli, le bluastre palpebre montate al contrario si strizzavano al passaggio della luce.

Il gallo cantò ancora stonato ed esasperato. Con la torcia il ragazzo seguì il rumore e finalmente lo vide. Se ne stava appeso ad un trespolo a testa in giù, le ali spalancate, le piume capovolte lasciavano intravedere la porosa pelle gialla. Capovolto come un pipistrello.

Spense la torcia, richiuse l’uscio e tornò a letto. Un lontano bagliore sui monti segnalò che anche quella mattina il sole sarebbe sorto.

(Un problema di creature mannare a Ligonchio –Romanzo-)