L’incantatrice

C’era un tremolio sul corpo insanguinato steso a terra. Un’increspatura, come di gas pesante, di ondulazione palpabile più sulla pelle che con occhi e orecchie. Tutto attorno, le case curve e ammucchiate. Un’antica volta in sasso si spalancava poco sotto il cadavere come un esofago, si sarebbe potuto pensare che quell’antro avesse rigurgitato l’uomo dopo averlo masticato con petrosi denti. In cielo, oltre i tetti, il Sole vagiva in un lembo tiepido dietro i monti, i raggi si allungavano a far evaporare la rugiada tra la vegetazione, un Sole abbacchiato dietro una cortina umidiccia. C’era uno strano sentore attorno all’uomo morto, abbandonato a terra, come se gli esseri deputati al disfacimento del cadavere attendessero, muti e smaniosi, ficcati nelle crepe dei muri. Come se sbavassero perché quel tremore di vitalità in esaurimento scemasse, per potersi scatenare sulla carcassa famelici.

Il Maresciallo Fumana sbucò dalla volta seguito dall’agente Tunzio, si avvicinò al cadavere a passi cauti, lasciò correre lo sguardo alla pozza di sangue che circondava la testa rotta, poi giù, al rigagnolo nerastro che si allungava.

“Un bel casino.” Il Maresciallo accese una sigaretta, guardò attorno, come valutasse delle distanze, poi sfilò il telefono dalla tasca e scattò un paio di foto inquadrando la faccia morta e grigiastra. Ripose il telefono e rimase lì a fissare il morto, uno sconosciuto con la testa appena reclinata, gli occhi semichiusi e vacui, maglietta, una tuta e scarpe da ginnastica indosso, le gambe sconnesse, una tesa, l’altra ripiegata in malo modo.

“Gli hanno spaccato la testa.” Disse Tunzio come se fino allora avesse trattenuto il fiato.

“Sentiamo qua attorno” Mormorò Fumana esaminando in alto, le finestre delle case che si affacciavano sulla piccola piazza, le tende tirate, i muri crepati, gli intonaci sfogliati, i sassi immoti delle costruzioni più antiche. Un balenio di fresco Sole incrinò la scena, barbagliando nel sangue, ombreggiando i militari, accendendo un mesto faro su quel cadavere.

Tunzio attraversò la piazza, un cancello si innalzava da una parte, punte lanceolate spuntavano alla sommità di larghe sbarre. Tunzio ispezionò un po’ attorno in cerca di un campanello.

“Ho telefonato io” Una voce da una finestra scostata due dita, ritagliata sulla casa protetta dal cancello.

“Può uscire un attimo?” Chiese Tunzio afferrando con le mani le sbarre del cancello e ficcando la testa nello spazio tra i ferri fin dove poteva. “Avrei un paio di cose da chiederle.”

“Non se ne parla neanche” Grugnì l’uomo dalla finestra “Quando sono stato su da letto stamattina, ho guardato fuori, c’era quello là steso a terra. Vi ho chiamati io.”

L’agente Tunzio sistemò la pistola nel cinturone con un gesto di stizza e tornò sui suoi passi.

“Quello che vive là,” Indicò il cancello enorme “dice che ha quando si è affacciato ha visto l’uomo steso a terra. Niente altro. E non vuole uscire per parlarne.”

Il Maresciallo Fumana stava piegato su un ginocchio, sembrava studiare un grosso randello abbandonato nella cunetta dove il sangue era rivolato. “Non ha documenti” Disse cupo “E questo bastone……”

“Forse gli hanno rotto la testa con quello.” Tunzio si spostò di lato come per avere una migliore visione.

“Per fare un lavoro del genere, ci vuole dello stomaco” riflettè il Maresciallo “Chiediamo ancora un po’ in giro” Fumana si drizzò come volesse staccarsi da tutto quel fissare, poi si incamminò verso una porta bassa che si affacciava sulla piccola piazza, salì un paio di gradini e bussò.

(L’incantatrice di vermi- Romanzo)