Gocchia

C’era uno di Montorsaro, Gocchia lo chiamavano, lo avevano preso a lavorare come guardiano in un cantiere a Sassuolo. Per sei mesi. Doveva stare lì a fare la bada al cantiere, tanto che passasse l’Inverno e riprendessero i lavori. Il proprietario del cantiere gli aveva aperto un conto in una bottega lì vicino, così che Gocchia potesse andare a fare la spesa per mangiare. Dopo circa tre mesi dall’assunzione, appena passate le feste di Natale, il proprietario del cantiere andò a Sassuolo per assicurarsi che Gocchia stesse bene, prima passò dalla bottega per saldare il conto del suo dipendente. Quando la bottegaia gli disse per quei primi mesi c’erano segnate solo due scatole di fiammiferi, il datore di lavoro pagò con urgenza e preoccupato corse al cantiere. Trovò Gocchia in piena salute, chiuso nella piccola baracca di legno dove viveva. E quando il proprietario gli chiese come mai non avesse fatto la spesa, Gocchia gli rispose che non ne aveva avuto bisogno, poi lo condusse a fare un giro del vasto appezzamento e gli mostrò diverse trappole per uccelli e vasi nei quali aveva seminato delle verdure. Le sementi, gli spiegò, gliele aveva date dietro suo padre quando era partito da Montorsaro. Gocchia guardò il proprietario che stava impalato a bocca aperta. Allora Gocchia si scusò per le due scatole di fiammiferi che aveva comprato alla bottega.

(C’era uno -romanzo a sprazzi-)