Sogno

C’era uno che diceva che faceva sempre un sogno, sempre quello, o forse gli era rimasto in testa un film, un video musicale più facile. Qualcosa del genere. Sembrava ci fossero delle voci, in quello che lui vedeva e sentiva ogni volta. Un fruscio forte piano, allusivo, inclusivo. Lo sentiva sempre, da tempo, da una parte della testa. Un giorno si stese per terra, sul marciapiede a metà del paese. Steso e zitto. Come un morto, ma con gli occhi sgranati. E quelli che passavano, quelli che lo vedevano, o ci si scapucciavano sopra, gli chiedevano cosa avesse, se si sentisse male. Ma lui smanacciando, li scacciava tutti. E stava lì, steso, a respirare appena, a recepire il bisbiglio di quelle voci. E la gente tornava, e voleva aiutare l’uomo steso, volevano sollevarlo, ricoverarlo, trasportarlo, lo volevano in piedi, come tutti loro. Ma l’uomo non cedeva, abbattuto a terra come la gravità lo attirasse al centro del pianeta con forza decuplicata. E quando il crocchio di gente attorno a lui si fece numeroso, tanto che quelli dietro saltavano o si intrufolavano per capire cosa racchiudesse quel cerchio di umanità, quando le richieste di tutti, cosa fosse successo, perchè l’uomo si intestardiva a stare lì, si fecero pressanti, allora l’uomo scostò appena la testa dal marciapiede sul quale giaceva, la sollevò di due dita neanche e chiese loro se davvero volessero sapere, se fossero pronti a sapere. E in quel tripudio di ‘sì!’ che ne seguì, l’uomo, cominciò a bisbigliare, e tutti accostarono le teste. E dopo che ebbe finito di parlare, tutti si stesero a terra. A occhi spalancati, gambe tese, tutti proni innanzi alla deflagrante rivelazione. Carcasse d’uomini e donne al suolo. Minuti esseri, premuti a terra da un bisbiglìo cosmico.

(C’era uno -romanzo può darsi-)