Creature mannare

Squillò il telefono, una, due volte, Firpo guardò l’orologio: le dieci meno venti.

“Pronto.”

“Firpo.”

“Per forza.”

“Sono Zomme.”

“Lo so. Che è successo?”

“Sai già…”

“Nò.”

“E allora come…”

“A casa mi si pranza a mezzogiorno, si cena alle sette. Se ti presenti alle sei e mezza di sera vuoi scroccare la cena, se arrivi alle sette e un quarto allora intendi proprio spaccarmi le palle. Il telefono non squilla mai dopo le nove di sera, dopo quell’ora, squilla solo per casi urgenti. A casa mia, i casi urgenti significano la morte di qualche d’uno.”

“Pietro della campana è all’ospedale.”

“Mmm.”

“Dicono un’ischemia o qualcosa del genere, quei malastroni che ti prendono in testa. E’ messo male.”

“Grazie della chiamata.”

Riappese il telefono e si preparò per andare a dormire. Si stese nel letto e i pensieri fluirono all’amico in ospedale come risucchiati da un tubo. I pensieri andavano e venivano, si ammucchiavano angosciati e si sovrapponevano gli uni agli altri divenendo rugosi come la pelle di un rospo. Firpo si alzò, indossò pantaloni, camicia, giacca e scarponi e uscì nella notte armato di badile. Si mise quasi nervoso ad allargare il sentiero già ampio che aveva scavato durante la giornata. Dopo cinquanta badilate la furia si acquietò.

I pensieri si fecero più lisci e razionali, era consapevole che da quei malanni alla testa non era facile riprendersi. “Ti mandano a casa” disse alla notte “la macchina cammina, ma non c’è nessuno al volante.”

(Un problema di creature mannare a Ligonchio –Romanzo-)