22 Dic Creature mannare
Squillò il telefono, una, due volte, Firpo guardò l’orologio: le dieci meno venti.
“Pronto.”
“Firpo.”
“Per forza.”
“Sono Zomme.”
“Lo so. Che è successo?”
“Sai già…”
“Nò.”
“E allora come…”
“A casa mi si pranza a mezzogiorno, si cena alle sette. Se ti presenti alle sei e mezza di sera vuoi scroccare la cena, se arrivi alle sette e un quarto allora intendi proprio spaccarmi le palle. Il telefono non squilla mai dopo le nove di sera, dopo quell’ora, squilla solo per casi urgenti. A casa mia, i casi urgenti significano la morte di qualche d’uno.”
“Pietro della campana è all’ospedale.”
“Mmm.”
“Dicono un’ischemia o qualcosa del genere, quei malastroni che ti prendono in testa. E’ messo male.”
“Grazie della chiamata.”
Riappese il telefono e si preparò per andare a dormire. Si stese nel letto e i pensieri fluirono all’amico in ospedale come risucchiati da un tubo. I pensieri andavano e venivano, si ammucchiavano angosciati e si sovrapponevano gli uni agli altri divenendo rugosi come la pelle di un rospo. Firpo si alzò, indossò pantaloni, camicia, giacca e scarponi e uscì nella notte armato di badile. Si mise quasi nervoso ad allargare il sentiero già ampio che aveva scavato durante la giornata. Dopo cinquanta badilate la furia si acquietò.
I pensieri si fecero più lisci e razionali, era consapevole che da quei malanni alla testa non era facile riprendersi. “Ti mandano a casa” disse alla notte “la macchina cammina, ma non c’è nessuno al volante.”
(Un problema di creature mannare a Ligonchio –Romanzo-)